NOTE DI REGIA
Ho conosciuto Yura Soyfer nel Novembre 2006, ero a Trento con la compagnia e stavamo andando in scena con lo spettacolo “Paracelso” di Arthur Schnitzler. Il prof. Fabrizio Cambi mi chiese di incontrarci una mattina. La sera prima c’eravamo visti a teatro; mi propose di leggere alcuni testi di questo autore, e di prendere in considerazione la possibilità di metterne in scena uno. Traspariva dagli occhi e dalla voce di questo intellettuale qualcosa di più che non una passione artistico – letteraria, si percepiva un vero affetto, come una vicinanza mista a riconoscenza. Ebbi modo in quell’occasione di conoscere la breve, bellissima e tragica storia di questo ucraino, che, giovanissimo, cominciò a fare teatro in quella Vienna così vitale e splendente. Per Soyfer il teatro era veramente una casa, un modo di vivere totale che, in quel determinato periodo storico, dava la possibilità ad uno spirito come il suo di non interrompere mai il flusso creativo e la produzione. Lessi subito “La fine del mondo”, “Vineta” e “Astoria”, le critiche giornalistiche di Soyfer, e subito mi fu chiaro che “La fine del mondo” poteva essere il testo giusto da mettere in scena con i giovani attori della scuola di Metodo. Ne “La fine del mondo” le persone mi apparivano come silouettes appartenenti ad un universo fantastico, una sorta di mondo di Oz, dove tutti sono concentrati su cose strane, le cose importanti sono futili, la realtà è un concetto molto relativo. Mi sembrò subito giusto il partito preso di questi personaggi che si muovono in un luogo indefinito, figure surreali che vivono sui neri: questo contrasta molto con quelle che sono state le mie scelte fino ad oggi, ho sempre prediletto situazioni dallo spazio scenico ben delimitato, a volte claustrofobico, dei veri e propri microcosmi umani, dei ring. Questa volta no, l’istinto mi suggeriva spazi aperti, o meglio una sorta di spazio non spazio, un luogo reale soltanto per quelli che lo abitano. Spero che questa scelta possa rendere in modo il più possibile efficace il comico, surreale e drammatico mondo di Yura Soyfer.
Marco Viecca
NOTE DI DRAMMATURGIA
Il patrimonio della cultura popolare austriaca, che Nestroy ha condensato e fissato nelle commedie e nelle farse, conserva per Soyfer la sua attualità innestandovi la contraddittorietà dell’epoca presente in violenta e drammaticatrasformazione. Lo dimostra la pièce La Fine del Mondo “Il Mondo non reggerà ancora a lungo…”, la cui cornice cosmica – con il prologo e l’epilogo calati nella “Zauberdramatik” dei pianeti evocati a consulto dal sole per rimediare alla disarmonia della terra – richiama la farsa magica di Nestroy , ma anche la tragedia di Karl Kraus. La duplicità delle fonti giustifica e legittima il titolo apocalittico del testo che, rappresentato dal 6 maggio all 11’ luglio 1936 nell’ ”ABC cabaret”, rifletteva i drammatici eventi culminati in quei giorni con gli accordi di Berchtesgaden fra Hitler e il cancelliere Schuschnigg.
L’allegoria della cometa Konrad, inviata dai pianeti per bonificare la terra dal parassita uomo facendola rientrare così nell’armonia celeste, è tragicomica quanto profetica rappresentazione dell’umanità di fronte alla catastrofe inevitabile della guerra. I trenta giorni di tempo che gli uomini hanno per tentare di salvare se stessi e la terra dall’impatto della cometa si consumano nella sottovalutazione del pericolo e nella convinzione che ognuno riuscirà in qualche modo a salvarsi e che a soccombere sarà sempre l’altro. Grottesca e irresponsabile appare la conversazione di due diplomatici incapaci di comprendere il corso della storia.
La cometa non distruggerà la terra non perché gli uomini hanno saputo opporvi rimedio, ma perché, innamoratasi di lei, la risparmia disobbedendo agli ordini celesti. All’apoteosi dell’ordine nel walzer iniziale dei pianeti la cometa risponde con il Lied der Erde , canto d’amore e proiezione utopica che, pur animati dallo spirito nestroyano, esprimono la convinzione di Soyfer che la dialettica del negativo lascia intravedere barlumi di speranza. E’ una speranza che, sembra dissolta nell’opera successiva, Vineta, la città sommersa, con evidente riferimento a Vienna e ai tragici avvenimenti che il nazismo porterà con sé.
Ne La fine del Mondo, prende forma la premonizione del precipitare degli eventi, dettata da una lucida registrazione dell’involuzione di una socialdemocrazia imprevidente e strategicamente miope. Il messaggio utopico, viene qui delegato a un astro per l’incapacità degli uomini di formularlo.
Fabrizio Cambi
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