GABRIELE ACCOMAZZO
 

Gabriele aveva appena completato il primo anno di farmacia, sostenuti 4 esami e mezzo (praticamente 5) su sei………ma la sua grande passione era il teatro.
Ricordo un sabato mattina, mi sembra 9 giorni prima di andarsene dalla sua troppo breve (?) esperienza terrena, mi disse: “Sai Papà, è duro fare una facoltà che non ti piace..”.

E di fronte alla mia affermazione “ma allora non farla, fai quello che ti piace, puoi fare quello che ti piace” stette zitto.
Come se sentisse come un obbligo ineluttabile seguire le orme dei suoi nonni, di sua nonna, di SUA MADRE.
Perché la farmacia era l’ agiatezza, i negozi eleganti, i pantaloni o le maglie firmate, quelle cose un po’ vacue che, sorridendo con malcelata, anzi sottolineata, superiorità, gli piacevano, appagavano la parte elegante, raffinata, aristocratica del suo io…

Per questo mi ha fatto tanto sorridere l’ affermazione, quasi l’ urlo di Marco Viecca che, durante le prove del Miles Gloriosus, a proposito delle donne che “fanno la fila per vedere quanto il miles è bello”, gli ha detto (l’ ho sentito io, in una registrazione):
“Pensa alle tue amiche rotariane della Crocetta…..”
Gabriele ha sorriso: in quel sorriso c’ era un po’ di scherno ma anche un po’ di dolce, affettuosa forse, non negata, certamente non sbandierata, appartenenza.

Papà


 

In questa sequenza Gabriele è intento a recitare la parte di Artotrogo nel “Miles Gloriosus” di Plauto. Il lavoro su questo personaggio, mise in luce le sue grandi potenzialità di mimica e mobilità, nonché una spiccata attitudine all’imitazione.

Gabriele possedeva doti notevoli sia nelle parti comiche che in quelle drammatiche, riflesso del suo animo sensibile, acuto.
Un’ altra dote di Gabriele era quella di trarre ispirazione dagli stilemi sociali, dalle figure che ne popolano le varie fasce e renderli in modo irresistibile sulla scena, si può dire che sotto questo profilo lui fosse una sorta di “attore nato”, una spugna in grado di assorbire tutto ciò che vedeva, faceva questo istintivamente e sentiva il bisogno di rappresentare ciò che aveva visto.

Il caro “accodattilo”, questo era un suo soprannome frutto dell’ unione delle due parole, Accomazzo e sterodattilo, era naturalmente quello che gli americani definiscono: “un attore sempre connesso”.
Perché “accodattilo” ? Beh, bastava udire alcuni suoni che emetteva quando cantando andava in falsetto per rendersene conto, un suono preistorico e comicissimo, unico, come lui.